Filippo Sala
w/Enrico Terragnoli & Danilo Gallo

Active since the summer of ’22, the trio led by Filippo Sala moves freely between jazz and rock, ambient and electronic music, in constant pursuit of a temporary distortion of reality.
Last March saw the release of Maree (Aut Records, 2026), the ideal continuation of the debut Rifugi (Aut Records, 2023), already named among the best albums of the year by Musica Jazz magazine.



MAREE

Maree is the second album by Filippo Sala, once again created in close collaboration with Enrico Terragnoli and Danilo Gallo. It continues the musical path opened in 2023 with the trio’s first release, Rifugi (Aut Records). 

Composed in the autumn of 2024 and recorded in June 2025, the album draws inspiration from the oscillating movement of the tides. This natural phenomenon becomes a metaphor for a dynamic and multifaceted music whose elastic character is expressed through a fluid and evolving musical flow. 
Across ten compositions, the music unfolds like a continuous sonic tide: it slowly rises, gathers energy, then recedes, at times settling into moments of suspension, at others breaking with full intensity. The result is an album with a shifting, undulating motion, rich in atmosphere and suggestion. 
The deep interplay between the three musicians generates a sound marked by a wide palette of timbral colors. These textures help shape a music that evokes images and encourages an open, imaginative form of listening. The compositional variety remains balanced with the trio’s solo moments, which never appear as ends in themselves but always serve the broader musical design, acting either as contrast or affirmation within the collective narrative. 
The result is a warm, cohesive, and expressive sound world that moves freely between structure and spontaneity. 

released March 11, 2026 

Filippo Sala: drums, percussion, composition 
Enrico Terragnoli: el. guitar, podophone, banjo, harmonica, maracas 
Danilo Gallo: electric bass, double bass, balalaika, flute 

Music by Filippo Sala 
Recording by Michele Bonifati @ Fieno Recording Studio, 5-6/06/’25 
Mix e Master by Enrico Terragnoli 
Artwork and graphics: Davide Lorenzon 
Produced by Filippo Sala 
Release by Aut Records

Liner notes by Steven Bernstein

"If you are listening to this record, please sit down and make some time, and take a journey. This is the second album from Filippo Sala’s trio, and it is a ten song sonic adventure. Levon Helm used to say “ya gotta give ‘em a full meal”, and this record delivers all of that. 
The trio, with Filippo Sala (drums and compositions), Enrico Terragnoli (guitar, banjo and podophono: a keyboard that creates otherworldly ambient sounds) and Danilo Gallo (basses) create a discreet world on each song, soundwise, structurally and rhythmically. 
The record starts with Martin P, built around Filippo’s melodic and grooving drum pattern and an evocative bass melody. This piece build into a freewheeling improvisation that conjures up the early Santana band at their most psychedelic and inspired. 
As the journey continues with each song the listener is guided into new worlds, the sequencing moving the journey forward.
Following the incredible crescendo of Moon we hear the beautiful banjo and bowed bass of Le Cose Semplici. The 6/8 afro jam of Senz‘acqua brings us to the enchanting ballad Ricardo Reis, massaged with ambient keyboard sounds; a miraculous orchestration. This is followed by Capeo de Mato, a powerful palate cleanser that brings to mind Talking Heads at their peak. Improvisation is about trust and optimism, and this trio embraces that aesthetic. 
It is refreshing (and encouraging) to hear music made with so much detail in its structure, musical excellence, cinematic soundscapes...and most importantly (for me) surprise and fun. I hope you enjoy Maree again and again. Take your time, enjoy the scenery. It’s a magical trip. 
Buon apetito!" 

Steven Bernstein NYC Jan 2026 

Cartografia del non ritorno
di Dario PM Geraci

“Ci sono pomeriggi che non finiscono, restano lì a metà tra una decisione mancata e un bicchiere che non hai avuto voglia di svuotare, e non sai dire se sia stanchezza o una forma più precisa di lucidità; è in uno di quei pomeriggi, non in un luogo ma in una disposizione interiore, che Maree comincia a esistere davvero, senza bussare, senza chiedere spazio, come fanno certe presenze che non si annunciano perché sanno di essere già state attese.

Non c’è nulla, qui, che voglia convincere. Nessuna urgenza di piacere, nessun bisogno di essere capito subito — e questa è già una presa di posizione, forse l’unica possibile in un tempo che ha trasformato l’immediatezza in una forma di analfabetismo emotivo. Maree non accelera, non chiarisce, non semplifica: lascia che le cose si depositino, come fanno i sedimenti quando l’acqua smette di agitarsi. E nel farlo, introduce una grammatica più antica, più testarda, che non riguarda la musica ma il modo in cui gli esseri umani attraversano il tempo quando smettono di raccontarselo come una storia.

Perché il tempo, quando si smette di usarlo per giustificarsi, non va avanti: ritorna. E ritorna senza correggersi. Le maree non imparano, non evolvono, non migliorano — insistono. C’è qualcosa di profondamente scomodo in questa idea, perché implica che anche noi, sotto la superficie delle nostre narrazioni ben costruite, continuiamo a muoverci per ritorni, per riprese, per errori che cambiano forma senza perdere sostanza. È una verità che la letteratura ha sempre conosciuto meglio della filosofia, e che qui riemerge senza bisogno di essere dichiarata.

Un nome — Martin P — può bastare per capire che non siamo davanti a un racconto, ma a una densità. Non importa chi sia, importa che sia stato. Che abbia lasciato qualcosa nell’aria, una postura, una maniera di stare al mondo che continua a vibrare anche in assenza del corpo. È la stessa sensazione che si prova entrando in una stanza dove qualcuno ha appena smesso di vivere: non ci sono eventi, ma resti. E i resti, quando sono veri, parlano più di qualsiasi biografia.

Poi, senza che nulla cambi davvero, qualcosa si incrina: un meccanismo che si ripete, una memoria che non chiede più il permesso di tornare. Un carillon — e già la parola basta — che non suona per ricordare, ma per non dimenticare mai davvero. Non è nostalgia, non è infanzia, è una forma di insistenza. Come certi gesti che continuiamo a fare anche quando abbiamo smesso di crederci, solo perché il corpo li conosce meglio della volontà.

La distanza, a un certo punto, diventa necessaria. Non come fuga, ma come condizione minima per vedere. Una luna, certo — ma senza romanticismo, senza consolazione. Solo luce riflessa, solo la constatazione che ciò che illumina non appartiene mai a ciò che illumina. È un pensiero che potrebbe sembrare freddo, e invece è l’unico davvero onesto: non possediamo nulla di ciò che riconosciamo, e proprio per questo continuiamo a cercarlo.

Quando le cose si fanno semplici, non è mai perché lo sono state davvero. È perché qualcosa si è consumato. La semplicità arriva tardi, e quando arriva porta con sé il segno di tutte le complessità che non siamo riusciti a sostenere. Non ha nulla di rassicurante. È una forma di stanchezza che ha imparato a parlare piano. E in quel parlare piano, in quella rinuncia all’enfasi, si apre uno spazio che non è più estetico, ma quasi etico: restare senza aggiungere.

Poi la luce cambia. Non diventa buio, non ancora. Si indebolisce. Il crepuscolo non è mai stato un’ora, è un cedimento. Le cose smettono di essere ciò che erano senza diventare altro. E in quella sospensione, in quella perdita di contorno, si insinua una verità che non può essere detta se non indirettamente. È il momento in cui smetti di nominare e inizi, forse, a vedere.

E quando l’acqua manca — quando davvero manca — non resta molto da dire. Tutto si irrigidisce, si espone, si incrina. Non c’è più adattamento, non c’è più possibilità di scivolare da una forma all’altra. Resta ciò che sei diventato, senza mediazioni. È una condizione che non ha bisogno di essere spiegata, perché chiunque, almeno una volta, ci è passato attraverso senza sapere come chiamarla.

Allora si impara a stare un passo indietro. Non per eleganza, ma per sopravvivenza. Una misura, una distanza, una forma di disciplina che non salva ma protegge. Come certi uomini che hanno capito troppo presto che esporsi completamente significa sparire. E così trattengono, riducono, scelgono con cura cosa lasciare passare. Non è freddezza. È una forma di lucidità che ha smesso di chiedere approvazione.

E intanto le stagioni passano, ma non come le abbiamo imparate. Non come cicli rassicuranti, ma come stati che si alternano senza risolversi. Un’estate che espone fino a consumare, un inverno che ritrae fino a conservare. Non c’è sintesi, non c’è equilibrio definitivo. Solo oscillazione. Solo questo continuo andare e tornare che non porta da nessuna parte e proprio per questo definisce tutto.

Maree non si lascia riassumere perché non vuole essere compreso in una volta sola. Non è un disco che si afferra, è qualcosa che si deposita, lentamente, come fanno certe frasi che ti restano addosso senza che tu riesca a ricordare quando le hai sentite. Non offre soluzioni, non costruisce un senso evidente, non si preoccupa di essere utile. E proprio in questa sua indifferenza apparente sta la sua necessità.

Perché oggi, più che mai, ciò che manca non è la musica, né la tecnica, né l’idea — ciò che manca è la capacità di restare abbastanza a lungo dentro qualcosa senza chiedergli di diventare subito altro. Maree costringe a questo. Non con la forza, ma con una forma più sottile di ostinazione. 

Come il mare quando non lo guardi, e continua comunque a tornare.”

Dario PM Geraci


RIFUGI

Rifugi is Filippo Sala’s first solo album accompanied by Enrico Terragnoli and Danilo Gallo. 
Inspired by an imagined photographic still, Filippo Sala conceived the nine tracks on this album, written at the end of 2022 and published in 2023 with the record label Aut Records. 
Instrumental music which is evocative and recounts a story, the nine songs tell brief tales inspired by people, moments and situations: they are frozen memories, sensations translated into music during a moment of need for self-expression, a personal projection of the infinite meanderings of the imagination. 
The songwriting is intentionally spare and minimal in character and in it coexist echoes of post- rock, extravagant child-like calypso beats, drunken rumbas and absurd arpeggios all bound together with daring and spontaneous sonorous pyrotechnics. 
Highly oneiric moments alternate with lashing and intense waves of sound, in the constant search for a temporary distortion of reality. An inclination towards interaction, a search for a different sound and free expression, together with the construction of improvisational moments, are the cornerstones of this trio. 
The trio was formed by Sala’s encounter with Enrico Terragnoli and Danilo Gallo, two musicians of astounding creativity from different generations. 
The span of artistic inspirations is parti-coloured, drawn mostly from music and film, which Filippo cannot go without, but the refuge found in himself is the most important space from which the idea of this album arose.  

released October 12, 2023

All music composed by Filippo Sala (except from “Miraggi” and “Encore”, written by Terragnoli, Gallo, Sala) 
Recorded by Michele Marelli at Monolith Studio in Brescia on March 30th, 2023

Mixed and mastered by Enrico Terragnoli 
Graphics and Layout by Davide Lorenzon 
Produced by Filippo Sala and Aut Records


Selected reviews

(…) un sound che si muove in una zona grigia tra jazz e post-rock, spesso rifuggendo in maniera ostinata qualsivoglia tipo di classificazione. (…) La proposta elaborata da Sala, Terragnoli e Gallo è fluida e psichedelica (…) seguendo sempre un certo gusto improvvisativo che non è mai smaccato, ma che si inserisce abilmente in quella che sembra essere una narrazione più ampia e complessiva. (…) Rifugi è un prodotto già autentico e maturo, in grado di risultare convincente già dopo pochi minuti. La sensazione è che Sala e i suoi compagni di viaggio possano ambire a diventare nomi caldi del jazz e del post rock italiano.
— MUSIC MAP '24 - Giuseppe Lippolis
Lavoro dal fascino psichedelico e post-rock questo Rifugi (...) (...) La scrittura è visionaria, suscettibile di molti stimoli (...) Melodia e armonia passano in secondo piano, emergono invece affreschi per un’estetica tutta contemporanea. (...) La cifra del disco sta proprio nella ricchezza dei riferimenti; non si rifiuta nulla né ci si riduce a mescolare. (...) Un lavoro che fa dell’inusualità la sua cifra principale, rifuggendo da cliché e offrendo una visione propria, non limitandosi a pure ricapitolazioni o citazioni.(...) Un’esperienza che merita di essere vissuta.
— MESCALINA '24 - Vittorio Formenti
Davvero fresca di piacevoli sfaccettature la verve compositiva di Filippo Sala (batteria, zither elettrico) al suo primo step su aut in trio con Enrico Terragnoli (chitarra elettrica, podophono, philicorda) e Danilo Gallo (contrabbasso, basso elettrico, flauto, radio, oggetti, melodica). Ogni ascolto di “Rifugi” dona alla mente elementi sempre nuovi e inaspettati di intelligente architettura sonora [...] In conclusione un carattere sonoro che sa essere allo stesso tempo minimale e fecondo di soluzioni sfaccettate, designando “Rifugi” tra i più convincenti esempi di penetrante e dotato post (jazz) rock contemporaneo di casa nostra, e non solo.
— KATHODIK WEBZINE ’24, Sergio Eletto
[...] Encore chiude con una pronuncia post-rock, a mostrare il plurilinguismo di un musicista con sensibilità e una bella capacità di scrittura. Da seguire con attenzione, ora e nel futuro.
— BLOW UP ’24 - Nazim Comunale
Con Maree, [...] Filippo Sala conferma la propria sensibilità compositiva e la solidità di un trio [...] capace di trasformare ogni brano in un microcosmo narrativo in costante movimento.
Maree [...] unisce profondità, eleganza e immaginazione. [...] Un disco consigliato [...] ma a chiunque cerchi una musica capace di evocare paesaggi interiori e raccontare storie senza bisogno di parole.
— MUSIC MAP '26, Andrea Rossi